Orvieto: le pietre e la musicaOrvieto ti aspetta in cima. Sembra un enorme maniero di pietra marrone, quel tufo che sin dagli Etruschi è stato piegato alla volontà degli uomini, che vi hanno scavato cunicoli, cisterne, tombe, nascondigli, anfratti, passaggi segreti (tutti visitabili, o quasi ! )La Rupe, come qui la chiamano, si alza solitaria sulla pianura; a volte le nubi avvolgono i suoi contrafforti, cosicchè la città sembra sospesa sulle nuvole, o sulla bambagia, come pronta ad essere offerta, in confezione regalo al fortunato osservatore..... Sentinella della Valle del Tevere, è lambita dal fiume Paglia, di quello affluente.Non si fatica a pensare, guardando rupe e città, su di essa adagiata, a come si sentissero al sicuro i suoi abitanti, nel medioevo, quando essa si contendeva la supremazia con Perugia, Assisi e Viterbo.E ancora molto prima, quando, nel neolitico, qualche tribù di primitivi l’aveva già scelta come rifugio e patria, cedendola poi agli Etruschi, venuti da chissà dove, che la fecero fiorire come città, sotto il nome di Velzna, sebbene molti etruscologi abbiano pareri discordanti in merito; molti sostengono che il nome più plausibile attribuito alla città sia, comunque, Volsinii Veteres. Sorgeva nei pressi di un importante santuario etrusco, Fanum Voltumnae, meta di tutti gli abitanti dell’etruria, anche perchè era luogo di grandi celebrazioni di carattere religioso e non. Dall’VIII al VI la città era soggetta ad un enorme sviluppo economico, di cui beneficiavano soprattutto le famiglie con un regime oligarchico, senza contare anche il grande incremento demografico, dovuto anche al fatto che oramai Orvieto era divenuta una vera e propria città aperta e multietnica. Il massimo splendore fu, comunque, raggiunto verso il VI e il IV secolo a.C., quando oramai la città era diventata una fortezza inespugnabile e un vero e proprio centro artistico/commerciale. C'’è ancora traccia di tutto questo, per la gioia di chi ama vedere e ascoltare le storie delle antiche pietre ...Se sei a piedi, sbarcato dalla stazione, la cremagliera (funicolare) ti prende e ti porta dritto in cima, a piazza Caen.Sei già nel cuore turistico, poiché è qui il mitico e proverbiale pozzo di San Patrizio, voluto da Papa Clemente VII e costruito da Antonio da Sangallo, tra il 1527 e il 1537. Il papa, reduce dal “sacco di Roma”, era desideroso di una struttura capace di tutelare la città di Orvieto, poiché il pozzo era progettato per fornire acqua proprio in casi di saccheggio o assedi. E’' un vero e proprio mirabolante capolavoro di ingegneria, anche perchè garantiva il trasporto dell’acqua estratta, senza ostacolarsi e senza dover ricorrere all’unica strada che saliva da fondovalle. Sempre qui un anfiteatro orfano di spettacoli, ma ricostruito su ruderi romani ed un bellissimo parco pubblico. Dormivano in questo giardino, nei ruggenti anni ’70, gli spettatori itineranti dei primi Umbria Jazz, quando la messe di concerti, proposti per tutte le cittadine umbre, qui si concludeva. A tarda notte accoccolati sui sacchi a pelo disposti in cerchio, con qualche chitarra, un fiasco di Orvieto classico, si passava l’ultima notte assieme, si salutavano le immancabili conoscenze casuali, si cercava di concludere con quel certo ragazzo o ragazza. E poi la mattina a guardare i treni, vertiginosamente più in basso, piccoli come fossero quelli con cui, all’epoca, tutti i bambini giocavano.D’'evidente importanza troviamo anche il Tempio del Belvedere, unico tempio etrusco visibile a Orvieto e situato vicino al pozzo di san Patrizio. Scovato per puro “caso” nel 1828, durante i lavori per una strada, è probabile che risalga al V secolo a.C. ma pare che rimase intatto solo sino al III secolo a.C. Oggi ne rimane solo la scalinata d’ingresso, il basamento e le basi di quattro colonne. Non si conosce con precisione a quale culto facesse riferimento, ma su un epigrafe dipinta su una coppa si riconosceva distintamente il nome di Tinia, lo Zeus etrusco.Se sei in automobile, ti conviene parcheggiare nel grandissimo spiazzo del lato sud ovest della rupe, e salire proprio nel centro attraverso lunghe gallerie scavate nel tufo, servite da scale mobili, che coniugano la vena ultramoderna con il fascino della pietra arcaica, incrociando le vie sotterranee di cui prima dicevo.A questo punto sei pronto per entrare nel vivo del borgo. Se è poco il tempo che hai a disposizione, non puoi non andare dritto al Duomo, la perla della cittadina, ed insieme un vero corpo estraneo, nella sua enorme maestà, visibile d’ogni parte e poco integrato in mezzo a tutta quella pietra marrone.Il Duomo, di stile gotico, si presenta con una facciata di inestimabile ricchezza, dove oro e marmi incorniciano l’enorme rosone merlettato. La pietra del resto della costruzione è bianca e nera, a righe parallele, colori schiettamente templari. Tutti i meravigliosi bassorilievi, invece, sono stati scolpiti dalla minuziosa mano di Lorenzo Maitani. Al suo interno i famosi affreschi del giudizio universale di Luca Signorelli, alias Luca d'Egidio di Ventura, dipinti nel 1500 circa con questa vivida descrizione del Giudizio universale, gioia e delizia dei Grandi, che potevano sfogare qui l’immaginazione assoluta, sulla salvezza e sulla dannazione. Avviato nel 1290, fu completato solo nel 1500, dopo un succedersi di artisti di svariato genere e influenza artistica (Giovanni di Uguccione, Lorenzo Maitani, Ippolito Scalza) per celebrare al massimo livello possibile il miracolo del Corpus Domini, anche se, nel posto sbagliato. Eh già, perché il miracolo non avvenne qui, ma a Bolsena, una trentina di chilometri ad ovest della Rupe. Perché? La storia del miracolo è affascinante. Un sacerdote tedesco, tale Pietro da Praga, in procinto di perdere la fede, decise di fare pellegrinaggio a Roma. Fermatosi nella cittadina del lago, chiese ed ottenne di recitar messa. Al momento di spezzare l’ostia, da essa un fiotto di sangue cadde a macchiare i paramenti del sacerdote dubbioso e anche i paramenti dell’altare.Dunque i Bolsenesi furono rapiti dell’immenso miracolo che dette luogo all’importante festa del Corpus Domini, scippati dei proventi lucrosi del turismo religioso e di fatto divenuti satelliti della città umbra, che ne considerano da sempre il lago come “il mare di Orvieto”. Dopo la caduta dell’impero romano d’Occidente, Orvieto fu dominio gotico sino al 553, e successivamente ad una violentissima battaglia, fu conquistata dai Bizantini di Belisario. Nel 576 circa, dopo l’istituzione del Ducato di Spoleto, Orvieto divenne longobarda e poco prima dell’anno mille la città tornò a fiorire, espandendo i suoi domini ed edificando fortificazioni, palazzi torri e chiese. Nel XII secolo, grazie all’agguerrito esercito, Orvieto iniziò ad ampliare ulteriormente i propri confini, che dopo svariate vittorie contro Siena, Viterbo, Perugia e Todi, la videro dominare su un vasto territorio che andava dalla Val di Chiana sino alle terre di Orbetello, sul mar Tirreno. Durante questo periodo di faide, Orvieto aveva ottenuto un potentissimo alleato: Firenze (rivale storica di siena) che ne aveva appoggiato l’ascesa. I secoli XIII e XIV furono il periodo di massimo splendore per Orvieto, poiché era diventata una potenza militare notevole e poteva contare su tantissimi abitanti, trentamila, addirittura più di Roma stessa!Mi è capitato,una volta, a Capodanno, di ascoltare in un’acustica perfetta, l’ultimo atto di Umbria Jazz Winter quel concerto gospel che apre l’anima al nuovo anno, addolcisce le orecchie e riempie gli astanti come un panettone ben condito di chicche e canditi.Se hai un po’ più di tempo, allora puoi concederti il museo etrusco, puoi salire sulla torre del Palazzo del popolo ed ammirare la città dall’alto come fanno le rondini che velocissime sfrecciano intorno a quella ed a tutte le altre torri, casa loro, piene di buchi ed anfratti come sono... Il quartiere medievale si riconosce anche da quanto il tufo sia modellato dalle intemperie, angoli arrotondati, bifore e piccole finestre, alberghetti pieni di fiori pensati per turisti romantici.
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